Dallo scalpello romano alle pialle di bottega del Settecento: una storia di materiali, affilatura e ingegno che ha modellato il modo in cui il legno viene letto e lavorato.
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Nel Ducato di Urbino la tarsia prospettica trasformò il legno in pittura: essenze selezionate, tagli millimetrici e incollaggi su supporti stagionati per illusioni visive senza pigmento.
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Dalla mano del maestro ebanista al palazzo nobiliare, il legno rivestito d’oro racconta secoli di tecnica, pazienza e sapienza artigianale.
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Il legno non si costruisce, si accompagna. La stagionatura è un'arte antica che trasforma la materia viva in un materiale stabile e durevole, pronto per diventare mobile.
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Prima della chimica industriale, il legno veniva protetto con ciò che la natura offriva: oli, cere e resine. Una conoscenza lenta, stratificata, sorprendentemente efficace.
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Prima di viti e chiodi, i mobili stavano insieme grazie alla geometria. Gli incastri medievali raccontano una conoscenza strutturale ancora insuperata.
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Prima delle macchine, il legno si lavorava ascoltandolo. La piallatura a mano non era un gesto meccanico, ma una lettura attenta delle venature e della materia viva.
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La gommalacca non è una moda: è il risultato di secoli di osservazione, pazienza e chimica naturale. Nel XVIII secolo diventa la finitura più raffinata mai applicata al legno.
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Nell’800 la cura del mobile diventa un’arte quotidiana: oli, cere e manutenzione costante permettono ai mobili borghesi di arrivare integri fino a oggi.
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I mobili rustici di montagna durano secoli grazie a legni locali, oli naturali, cere e trattamenti che rispettavano l’equilibrio tra legno e ambiente.
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Nel Rinascimento la ceratura trasformava il legno in una superficie profonda e viva. Oli, cera d’api e pazienza creavano una luce che durava secoli.
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