Il suono è secco, continuo, quasi musicale.
Un truciolo lungo, sottile come una pergamena, si arrotola su sé stesso e cade ai piedi del banco. In quel gesto apparentemente semplice, ripetuto per secoli nelle botteghe europee, si nasconde una delle competenze più raffinate dell'arte del legno: la piallatura a mano .
Prima dell'industrializzazione, nessuna superficie lignea era “spianata”. Veniva interpretata .
La piallatura prima delle macchine
Fino al XIX secolo, la pialla era lo strumento principe del falegname e dell'ebanista. Non serviva solo a rendere il legno piano, ma a:
- orientare la superficie secondo la venatura
- ridurre le tensioni interne
- preparare il legno alla finitura
- migliorare la riflessione della luce
Ogni passaggio lascia una traccia invisibile ma decisiva sulla durata e sul comportamento del manufatto.
Origini storiche dello strumento
Le prime pialle documentate risalgono all'epoca romana. Scavi archeologici, come quelli di Pompei, hanno restituito pialle in legno con lama in ferro, sorprendentemente simili a quelle usate fino al Settecento.
Nel Medioevo e nel Rinascimento, la pialla si evolve in diverse tipologie, ciascuna con una funzione precisa:
- pialla da sgrosso
- pialla da finitura
- pialla a ferro stretto per le venature difficili
Questa specializzazione testimonia un dato chiave: il legno non è mai stato considerato un materiale uniforme .

Leggere la venatura: una competenza perduta
Il maestro non guardava solo la superficie.
Osservava:
- l'andamento delle fibre
- la direzione di crescita
- la risposta del legno al taglio
La piallatura “contropelo” era evitata non per estetica, ma per rispetto della struttura interna. Una venatura mal interpretata significava:
- strappi superficiali
- porosità irregolare
- finiture instabili nel tempo
Per questo, la pialla non era mai spinta con forza: era guidata .
Il ferro della pialla: affilatura e controllo
Un aspetto spesso ignorato è la preparazione del ferro. Nei trattati antichi si insiste molto su:
- angolo di affilatura
- micro-smussi
- lucidatura del tagliente
Un ferro perfettamente affilato non strappa: taglia .
E un taglio netto chiudendo le fibre invece di aprirle, rendendo il legno meno assorbente e più stabile.
Lo sapevi che?
Nei grandi laboratori di ebanisteria del XVIII secolo, l'operazione di piallatura finale veniva spesso affidata ai maestri più esperti, non agli apprendisti. Era considerata una fase critica quanto la costruzione stessa.
Piallatura e finitura: un legame diretto
Una superficie piallata richiede correttamente meno prodotto di finitura.
Questo perché:
- le fibre sono orientate e compatte
- la porosità è uniforme
- l'assorbimento è controllato
Oli, cere e resine lavorano meglio su una superficie tagliata e non abrasata. È uno dei motivi per cui molti mobili antichi, pur trattati con materiali semplici, mostrano ancora oggi una qualità superficiale superiore.
Il declino con l'avvento dell'industria
Con la diffusione delle levigatrici meccaniche, la piallatura a mano viene progressivamente sostituita dall'abrasione. Più veloce, più standardizzata, ma anche più aggressiva:
- fibra strappata
- pori aperti artificialmente
- superficie “morte”
Il legno diventa un supporto, non più una materia viva.
Chi oggi sceglie finiture naturali di qualità torna, consapevolmente o meno, a questi principi.
Una buona protezione non può compensare una superficie mal preparata.
La filosofia è la stessa di allora:
meno interventi, più comprensione del materiale .
La piallatura a mano non è nostalgia.
È una lezione tecnica ancora attuale: il legno non va domato, va letto.
E solo chi ha imparato a leggere la materia può davvero proteggerla nel tempo.
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