In una Pianura Padana attraversata da fiumi storici e canali irrigui, l’acqua non è mai stata così compromessa. Non parliamo soltanto di siccità o cambiamenti climatici, ma di un’inquinamento silenzioso e sistemico che ha un nome preciso: allevamenti intensivi.
Il tema, spesso marginalizzato nel dibattito pubblico, è invece centrale per capire perché i corsi d’acqua italiani sono tra i più contaminati d’Europa. Nitrati, ammoniaca, antibiotici: un cocktail tossico che si infiltra nei suoli, contamina le falde e, in molti casi, si riversa in mare. A pagarne il prezzo non è solo l’ambiente, ma anche la salute pubblica.
Il ciclo degli scarti
Ogni anno, in Italia, gli allevamenti intensivi producono oltre 130 milioni di tonnellate di reflui zootecnici. Una parte viene trattata, un’altra trasformata in fertilizzante, ma la quota più consistente finisce direttamente nei terreni agricoli — soprattutto quelli coltivati a mais e soia per l’alimentazione animale.
Il problema nasce quando, in presenza di precipitazioni intense o gestioni scorrette, questi liquami carichi di azoto e fosforo raggiungono le falde acquifere o vengono trascinati nei fiumi. Il risultato è l’eutrofizzazione: una proliferazione di alghe e cianobatteri che soffoca gli ecosistemi acquatici, riduce l’ossigeno nell’acqua e compromette intere catene alimentari.
Non si tratta di un fenomeno occasionale. La Commissione Europea ha avviato diverse procedure d’infrazione nei confronti dell’Italia per la violazione della Direttiva Nitrati. Le zone più colpite? Sempre le stesse: Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna. In particolare, la provincia di Cremona — cuore pulsante della zootecnia padana — presenta in molti comuni livelli di nitrati nelle acque superiori ai limiti di legge.
Salute a rischio
I danni non si fermano all’ambiente. Secondo uno studio del WWF e Greenpeace pubblicato nel 2024, le emissioni e gli scarichi provenienti dagli allevamenti intensivi sono responsabili di circa 50.000 morti premature ogni anno in Italia, concentrate soprattutto nelle aree ad alta densità di allevamenti e scarso ricambio d’aria, come la Bassa Pianura.
Nelle falde inquinate, i nitrati possono trasformarsi in nitriti, sostanze pericolose soprattutto per neonati e bambini, tanto da essere collegate alla cosiddetta "sindrome del bambino blu". Anche l’ammoniaca rilasciata in atmosfera, che poi si deposita sui terreni e nelle acque, contribuisce alla formazione di polveri sottili (PM2.5), aumentando i rischi respiratori per le popolazioni esposte.
Il caso Alto Adriatico
L'inquinamento idrico non si ferma ai confini agricoli. I fiumi carichi di nutrienti scorrono verso il mare, trasformando le coste in zone vulnerabili. L’Alto Adriatico è oggi uno dei mari più esposti al rischio eutrofizzazione in Europa. Secondo Legambiente Lombardia, la combinazione tra agricoltura intensiva e allevamenti zootecnici ha creato una vera e propria bomba ecologica, con spiagge invase dalle mucillagini e reti da pesca spesso inutilizzabili.
Una questione politica e culturale
Mentre si continua a dibattere sulle misure contro la crisi climatica, il problema dell’acqua resta spesso confinato a una gestione tecnica. Eppure, è il nodo centrale di un sistema produttivo che sta mostrando tutti i suoi limiti. I fondi europei per la transizione ecologica sono un’occasione unica per promuovere modelli alternativi: allevamenti estensivi, pratiche agro-ecologiche, rotazioni colturali e sistemi di filtraggio naturali.
Alcuni comuni lombardi, come riportato da IrpiMedia, stanno iniziando a recepire queste indicazioni, ma la strada è ancora lunga. Le pressioni delle grandi aziende agricole, unite a una scarsa consapevolezza pubblica, rendono difficile un vero cambio di paradigma.
Il ruolo del consumatore
Ogni scelta quotidiana può contribuire a invertire questa rotta. Privilegiare prodotti provenienti da aziende agricole sostenibili, ridurre il consumo di carne industriale, supportare marchi e filiere che dichiarano la provenienza e la tracciabilità delle loro materie prime. È una responsabilità condivisa, e urgente.
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